L'attuale oratorio di San Mercurio è l'unico esistente dei tre che erano posseduti dall'antica compagnia della Madonna della Consolazione in San Mercurio fondata nel 1572. Intorno al 1578, data che si legge sullo scudo di un putto, vi avrebbero lavorato con molta probabilità i fratelli Giuseppe e Giacomo Serpotta. Questa sarebbe dunque la prima opera impegnativa di un giovanissimo Giacomo che vi annuncia i temi principali della sua produzione.
Già nell'antioratorio si notano i due piccoli portali d'accesso che mostrano mascheroni e scudi come animati da una vitalità propria. E tra questi un piccolo draghetto sembra affacciarsi con un ghigno beffardo e lunghi artigli al di sotto della corona che ricorda la titolare dell'oratorio. I putti ai suoi lati non hanno ancora le perfette proporzioni che assumeranno in seguito, ma tendono, insieme agli altri elementi decorativi, a quella raffinatezza formale che segnerà da lì in poi tutte le opere di Giacomo. Nell'aula le pareti mostrano una turba di putti che si arrampica intorno alle finestre, sopra le perfette cornici barocche sicuramente frutto del disegno di architetto che guarda anche al Borromini. Tutto si ammanta del bianco che sarà un altro segno distintivo del Serpotta. E i festosi putti giocano, reggono i simboli del santo guerriero e, soprattutto, interagiscono l'uno con l'altro.
La pur malinconica vittoria sugli infedeli, ostentata attraverso la Battaglia di Lepanto della controfacciata, è ormai conquistata, ora è il tempo della rinascita dell'umanità e della freschezza della giovinezza. Le dolcissime espressioni ridenti delle poche figure anziane, un telamone dell'ingresso, l'allegoria della Legge Ebraica, sembrano testimoniare tutto questo. È un mondo che si rinnova, che esce dalle tenebre e gioisce del magnifico creato. La luce si espande nel bianco degli stucchi. Il dramma si volge in gloria. Nel 1717 Serpotta tornerà a decorare il presbiterio con le due statue di Giuditta e Ester, frutto del suo nuovo stile maturo appena mostrato nel vicino oratorio del Rosario in San Domenico.
Inizia da qui il loro protagonismo che diverrà addirittura sfacciato in altre imprese. Ma non si tratta comunque di un'opera perfetta, le forme sono ancora incerte e talvolta grossolane, soprattutto se messe al confronto con l'apparato della controfacciata, ma c'è già il cuore della poetica serpottiana.
La controfacciata, recentemente restaurata come tutto l'oratorio a cura della Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo, risalirebbe, secondo Garstang, al secondo decennio del '700, ed è attribuita al figlio Procopio, come pure, probabilmente, la decorazione del presbiterio da porre ancora più avanti verso la metà del secolo.